“I semi del dubbio” è il titolo di un libro-dossier molto importante, senza aggiungere altro, sappiate che non solo si può, ma si DEVE scaricare il pdf e lo si deve fare girare. A cura di Giorgio Celli, scomparso nel giugno del 2011, da sempre impegnato come etologo, entomologo e scrittore sui temi profondi della Natura.

DAL SITO www.rfb.it, visitatelo, è molto importante ciò che racconta questa coppia di apicoltori.

DA “I SEMI DEL DUBBIO”.

Nota introduttiva e prefazione
di Giorgio Celli

Nell’attuale congiuntura storica, che prevede, cessata la moratoria, l’introduzione in pieno campo in Europa delle piante transgeniche, OGM o GM come scrivono nel testo che segue, con l’idea di rendere compatibili queste colture con quelle tradizionali o biologiche, ci è parso necessario, per far chiarezza, mettere a disposizione del grosso pubblico, degli agricoltori e delle Istituzioni, questo dossier, elaborato da Soil Association, destinato proprio a investigare le difficoltà che comporterebbe la messa a coltura degli OGM in Gran Bretagna, difficoltà in tutto paragonabili a quelle che incontreremmo nel nostro paese.
Il dossier mette a fuoco, attraverso un repertorio bibliografico molto ricco, ma ancor più attraverso delle interviste agli agricoltori statunitensi e canadesi che coltivano, sia biologicamente, sia piante OGM, le peripezie di una reciproca coesistenza, che si dimostra, lo diciamo subito, come incompatibile.
Difatti, la contaminazione, attraverso il polline o i semi portati dal vento e dagli insetti, di colture tradizionali o biologiche da parte di quelle OGM, risulta un evento inevitabile spazzando via dai mercati i prodotti dell’agricoltura biologica. Inoltre, appare chiaro come le promesse delle multinazionali biotecnologiche, più prodotto e impiego ridotto di pesticidi, non sono state per nulla mantenute.
Infine, mi piace sottolineare, come si siano manifestati numerosi paradossi legali: agricoltori biologici, che hanno avuto le loro piante contaminate da geni OGM, non solo non hanno ottenuto risarcimenti per essere usciti dai loro circuiti commerciali, ma hanno dovuto pagare, loro!, denaro sonante alle multinazionali per aver coltivato, senza averlo voluto, delle piante coperte da brevetto.
Questo dossier, che abbiamo tradotto alla svelta e dato alle stampe perché conosca la massima diffusione, rende evidente come le suddette multinazionali stiano facendo affari sulla testa degli agricoltori e dei consumatori del mondo.
Dovremo lasciarli fare?

J’accuse: Ponzio Pilato abita in Europa
La questione degli organismi geneticamente modificati, in sigla OGM, può venire considerata esemplare sull’impotenza e sull’ipocrisia dell’Unione Europea, dimostrando quanto possa l’influenza americana e, al seguito, quella delle multinazionali, nella fattispecie delle biotecnologie.
Mi sembra necessario che la gente sappia come stanno andando veramente le cose, perché quello che bolle in pentola avrà delle gravi ripercussioni sul futuro di noi tutti. Cominciamo dal principio: le multinazionali più importanti del pianeta, americane soprattutto, ma non solo, da circa due decenni si sono incamminate, con l’ausilio di una gran parte dei ricercatori universitari da loro finanziati, sulla strada della cosiddetta ingegneria genetica, creando in laboratorio degli organismi, piante nel nostro caso, con patrimoni genetici modificati, da smerciare dopo averli giudiziosamente brevettati. Delle varietà di colza, di soia, di mais, resistenti agli erbicidi, e nel caso del mais, con in più una tossina di origine batterica incorporata nelle cellule per uccidere le larve della piralide, il principale insetto infestante della coltura, sono state via via ottenute in laboratorio, e coltivate in campo in diversi paesi, Stati Uniti, Canada, Argentina, Cina, su notevoli estensioni. Fin dai primordi queste varietà ingegnerizzate hanno destato delle preoccupazioni di diversa natura: sarebbero diventate infestanti? Avrebbero diffuso in giro dei geni di resistenza agli erbicidi nelle piante spontanee, e agli antibiotici, posti a tutela della salute degli uomini e degli animali? Avrebbero promosso delle allergie o delle patologie più gravi nel consumatore? E per finire: era possibile che le piante modificate geneticamente, attraverso lo scambio di polline portato in giro dal vento o dalle api, contaminassero, dando il via a una vera Chernobyl dei geni, le colture tradizionali, e in particolare quelle degli agricoltori biologici? Nel 1998, qui ha inizio tutta la peripezia, la Commissione interpella alcuni scienziati per sapere se questa eventualità sia possibile, e questi, con una incredibile leggerezza, affermano di no. Evidentemente i brevetti e le royalty non danno buoni consigli. In forza di questo giudizio, la UE decide che le piante transgeniche possano venire coltivate in pieno campo. Ma no, quasi immediatamente dopo, si scopre che la contaminazione da OGM di piante tradizionali, si verifica, eccome! Di conseguenza, nel 1999, si sancisce una moratoria, che vieta quanto prima consentito, e tale moratoria è ora messa in discussione. Senza che, ecco il primo paradosso, nulla sia cambiato, la possibilità di contaminazione paventata è restata sempre possibile, e dunque…
Ma qui è cominciato il machiavello: il 75% degli europei non vogliono servirsi in tavola degli alimenti di origine transgenica, malgrado che le multinazionali, e gli scienziati al loro servizio, difendano in modo strenuo l’idea che i prodotti OGM debbano essere considerati equivalenti a quelli delle piante tradizionali. Dal canto suo, la UE decide di tener conto della esigenza di trasparenza dei consumatori, bocciando il principio di equivalenza, ed esigendo che gli alimenti transgenici, oppure quelli con un tasso di geni modificati superiore all’ 1%, vengano contrassegnati da una etichetta. Si opina, da diverse parti interessate a vanificare il procedimento, e non è difficile immaginare di chi si tratta, che degli alimenti, come l’olio, se non contengono più del DNA sfuggono alla possibilità di un controllo analitico. Per cui, l’etichetta sarebbe una palese assurdità. Ma diventa subito chiaro come la difficoltà sia superata dal fatto che l’etichettatura di un prodotto deve essere accompagnata dalla tracciabilità. In altre parole, se è necessario indicare tutti i passaggi di filiera, si può’ sempre risalire alle origini, e chiarire se la coltura di base era o non era transgenica. Quindi, la tracciabilità convalida l’etichettatura, e ne fa da garante nel caso in cui il controllo sul prodotto finale non sia possibile. Però, questo è il punto cruciale, se i prodotti transgenici devono essere tracciati ed etichettati, perché continuare a proibire la loro coltivazione in pieno campo e la loro comparsa sui mercati? Dal momento che i consumatori hanno la possibiltà di scegliere, perché proscriverli? Il quesito sembra logico, ma soltanto se ci si dimentica del problema che aveva consigliato agli inizi l’istituzione di quella moratoria, che ora si pensa di abolire. Dopo aver sancito, secondo paradosso, il principio di nonequivalenza tra prodotti transgenici e no, in forza della tracciabilità e dell’etichettatura, si formula ora il principio di coesistenza, tra agricoltura OGM e agricoltura tradizionale e biologica. Per l’agricoltura tradizionale, almeno in teoria, tale coesistenza potrebbe essere percorribile, sarebbe sufficiente restare sotto la soglia prescritta di contaminazione, ma se, nel caso dell’agricoltura biologica la soglia non può essere che zero, il problema diventa insormontabile.
Perché, e tutti gli scienziati lo confermano, non c’è modo di assicurare alle colture biologiche di non ricevere dei geni OGM soprattutto se le piante transgeniche vengono coltivate su grandi estensioni. Ed è a questo punto che la UE fa ricorso alla soluzione di Ponzio Pilato e si fa portare il bacile per lavarsi le mani. Le due agricolture, si afferma, devono coesistere, però è compito di ogni paese decidere come. Ahimè, gli OGM, introdotti in pieno campo, spazzeranno via l’agricoltura biologica, però la UE, perfettamente consapevole di questa circostanza, si comporta come chi è cieco perché non vuol vedere, passa ipocritamente la responsabilità dell’estinzione ai governi dei paesi membri. Insomma, assegna agli altri un compito impossibile. Ponzio Pilato, sulla piazza di Gerusalemme, non si è comportato diversamente. Ma vediamo che cosa nel nostro paese si sta congetturando di fare: il Ministero delle risorse agricole e forestali, nel tentativo di ottenere la quadratura del cerchio, salvando capre e cavoli, sarebbe intenzionato, per quanto ne so, di dar vita a degli estesi compartimenti territoriali coltivati a OGM, isolati da altri, ad agricoltura biologica. Si tratta di una ipotesi praticabile? Si consideri che le api possono andare a raccogliere il polline fino a più di dieci km di distanza, ragion per cui lo spazio di rispetto tra i suddetti compartimentia diversa gestione agricola, dovrebbe essere davvero considerevole, e ci chiediamo se la strategia sia realistica. Ancora: se per il mais si potrebbe avere qualche speranza di successo, dato che la specie è di origine americana e non ha da noi delle piante spontanee impollinabili, per la colza, che può ibridarsi con numerose specie selvatiche, sarà possibile creare un isolamento efficiente fra campi OGM e biologici?
Bisognerebbe, in barba alla conservazione della biodiversità, distruggere tutte le piante selvatiche abilitate a fungere da ponte biologico alla diffusione dei geni modificati! Se ne conclude che il principio di coesistenza è fasullo e che la sospensione della moratoria decreta la fine dell’agricoltura biologica. Contro quello che l’UE ha sempre affermato di promuovere: una agricoltura che conciliasse l’ecologia e l’economia, la conservazione e la produzione, optando non più per la quantità ma per la qualità, tutelando i prodotti tipici e la sicurezza alimentare dei consumatori, tutte cose che l’agricoltura biologica è in grado di garantire. E poi, a che pro? Le multinazionali delle biotecnologie non hanno mantenuto nessuna delle loro promesse: le varietà di colza tradizionali, per esempio, producono quanto la colza transgenica, se non di più, l’uso della chimica, che con gli OGM avrebbe dovuto diminuire, sta invece crescendo ovunque sulle piante resistenti agli erbicidi, il mais Bt si è rivelato più volte incapace di controllare le infestazioni della piralide, che per altro, ultimo paradosso, non richiede quasi mai degli interventi chimici.
Infine: le colture OGM sono veramente economiche? Mi risulta che l’agricoltura biologica, legata alla tipicità dei prodotti e alla conservazione del territorio, sia in crescita nel mondo, soprattutto da noi, e che la sua reddittività sia fuori discussione. Vogliamo, per compiacere le multinazionali delle biotecnologie, barattare l’agricoltura biologica con un piatto di lenticchie?
Giorgio Celli.

Un decalogo per l’agricoltura biologica.
L’agricoltura biologica non è solo un sistema di pratiche colturali, che escludano le molecole di sintesi, nitrati o pesticidi che siano, privilegiando fertilizzanti di origine organica, e per la difesa del campo coltivato, composti principalmente di estrazione, quasi sempre di derivazione vegetale. Una tale concezione sarebbe riduttiva, perché l’agricoltura biologica è un punto di convergenza e di identificazione di due sinonimi, l’uno con la u, cultura e l’altra, con la o, coltura che designano, nella locuzione comune, l’una le tradizioni e i costumi di una società, l’altra la pratica dell’agricoltura. Sinonimi per il vocabolario, distinti per un uso quotidiano quanto improprio, l’agricoltura biologica ne azzera ogni fraintesa differenza, proprio perché l’agricoltore che vi si dedica, non è solo il depositario di un insieme di tecniche e di cautele agronomiche, ma di una visione del mondo, mirata sul rapporto della nostra specie con la natura. L’agricoltura industriale, votata alle macchine e alla chimica di sintesi, esprime, invece, una volontà di potenza, si fonda sulla filosofia di chi vuole soggiogare la natura e spremerla fino all’osso, lasciando dietro di sé terra bruciata. E’ un’agricoltura di quantità, che vuol produrre a ogni costo e che tende alla standardazzione dei prodotti: mele come palle da biliardo, eguali ed egualmente lucenti. Al contrario, l’agricoltura biologica, punta sull’organico invece che sul meccanico, sul naturale e non sull’artificiale, non tanto sulla quantità, che pure ovviamente non trascura, ma che vuol coniugare con una qualità che si esprime nella diversità, privilegiando le differenze.
Per dare uno sviluppo coerente a queste brevi annotazioni, abbiamo pensato di stilare un piccolo decalogo che veniamo subito a esporre: L’azienda biologica produce non solo derrate agricole, ma ambiente: il suo impiego della concimazione organica e della lotta biologica, garantisce non solo una produzione esente da residui, ma che non ha permesso la contaminazione ambientale, né del campo coltivato, né dei suoi immediati dintorni, né del territorio circostante, né , perché no?, della biosfera nel suo insieme. In parole povere, l’agricoltura biologica promuove la salute dell’ambiente e del consumatore.
L’agricoltura biologica si prende a cuore la conservazione e l’accrescimento della biodiversità. Insedia siepi e alberi come rifugio di organismi utili, entomofagi e impollinatori, e di altre specie a rischio d’estinzione, non pratica il diserbo chimico, punta sull’insediamento di antiche cultivar scomparse, o marginali nell’ambito dell’agricoltura industriale, sfruttandone la frequente resistenza alle avversità, destinandone i prodotti a un mercato in rapida crescita.
L’agricoltura biologica presuppone che l’agricoltore si riappropri del proprio campo e del proprio lavoro. Produrre insieme derrate e ambiente, presuppone l’avvento di una nuova professionalità, che faccia dell’agricoltore il tecnico di sé stesso, e che, qualora debba ricorrere alla scienza altrui, ne attinga attraverso il dialogo e non assumendo la funzione passiva dell’ascoltatore.
L’agricoltore biologico è un uomo aperto al mondo, consapevole che milioni di uomini soffrono la fame, e che l’etica ci impone di far qualcosa per aiutarli.
Partecipa così attivamente alle organizzazioni che si occupano del problema, appoggia il commercio equo e solidale, si pone in dialettica con quegli aspetti della globalizzazione che operano per l’egemonia del Nord sul Sud del mondo.
L’acqua, nei prossimi decenni, diventerà più preziosa dei combustibili fossili, perché l’acqua è vita e più di un miliardo di uomini soffrono la sete o bevono delle acque non potabili. L’agricoltore biologico, praticherà il risparmio dell’acqua, e opererà nel senso di difendere le falde e i corpi idrici in superficie, non ultimo perché i suoi prodotti, che sono di qualità, esigono una irrigazione di qualità.
Produrre biologico significa produrre secondo il ritmo delle stagioni, coltivando gli ortaggi e la frutta all’epoca giusta. In tal modo si evitano forzature colturali, spesso onerose e sostenute chimicamente, e che incentivano il ricorso ai conservanti, sempre e comunque pericolosi per la salute del consumatore. Ogni cosa ha il suo tempo, ogni frutto la sua stagione.
Spesso si pensa, tra i non informati e i detrattori, che l’agricoltura biologica guardi al passato e non si curi del futuro. Non è affatto così, anche se le tradizioni, se valide, sono conservate, o recuperate: la rotazione, come ripristino della fertilità del suolo e come pratica sanitaria, il.sovescio, come fertilizzazione organica, la consociazione, come modo per ottimizzare l’utilizzo di diverse rizosfere, facciamo solo qualche esempio, sono delle pratiche tradizionali da rimettere in opera. Nel contempo tutte le nuove tecnologie a valenza ecologica, dall’impiego dei feromoni alla lotta microbiologica, sono prese in carica dall’agricoltore biologico, che dimostra così di guardare il futuro senza dimenticare il passato.
Come abbiamo già accennato, l’agricoltura biologica punta sulla qualità, ma non basta: intende legare la qualità al territorio, e alla sua storicità. Difatti, recupera antiche cultivar, e si propone di rilanciare la tipicità di certe produzioni locali di eccellenza, come, con tre esempi di minima, il durone di Vignola, la fragola di Cesena o il parmigiano reggiano. Per questo motivo, le piante transgeniche, gli OGM, non hanno accesso ai campi dell’agricoltore biologico. In primo luogo, perché queste piante, spiazzando le vecchie cultivar, tendono a porre in forse la biodiversità, e puntano a prodotti standard, non espressione di un certo territorio e di una certa tradizione, ma eguali per tutto il pianeta. Le piante transgeniche sono irriducibili a qualsiasi tipicità e storicità delle produzioni agricole, e perfino alle gastronomie che ne derivano.
L’agricoltura biologica presuppone l’avvento di una nuova dimensione della ricerca scientifica, che ponga come prioritaria la coesistenza tra gli organismi e non il dominio degli uni sugli altri, che favorisca la trasformazione dei parassitismi in simbiosi, degli antagonismi in compromessi ecologici. La sua epistemologia si fonda sulla nozione di equilibrio o di quasi quilibrio biologico o più estesamente ecologico, per il quale l’uomo non è lo sfruttatore sordo e cieco della biosfera, ma il suo illuminato giardiniere.
L’agricoltura biologica è la punta più avanzata dell’agricoltura sostenibile.
E’ sostenibile nel senso che assicura la conservazione della fertilità del suolo, che non inquina l’ambiente con abusi chimici e tecnologici, che produce secondo il ritmo delle stagioni, che conserva e semmai accresce la biodiversità, che promuove la sicurezza alimentare. In più, l’agricoltura biologica si presenta come l’attività di un uomo aperto al mondo, eticamente coinvolto, e padrone del proprio lavoro.
Giorgio Celli8

I semi del dubbio, la natura schiava